prove tecniche di trasmissione

la libertà resiste in quanto tale soltanto se non la si tormenta

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mercoledì, 04 novembre 2009

È la relazione a definire l’identità. Di questo ci si rende conto principalmente per due motivi. Uno è l’osservazione, diretta o indiretta, della formazione che la cultura mette in atto sui singoli individui fin da quando sono in fasce. L’altro lo si vede col tempo, quando si scelgono delle specifiche relazioni interpersonali piuttosto che altre che si pongono come vera e propria scelta d’identità.

 

Partiamo dalla prima osservazione. E lo farò utilizzando alcune idee di George Devereux, personaggio di cui ho parlato nella puntata precedente, se si può parlare di puntata.

Quando un organismo biologicamente maturo, comunemente definito come adulto, si trova a che fare con una delle più importanti e misteriose figure dell’alterità, l’infante, viene messa in atto tutta una serie di azioni che producono e formano l’identità di quel giovane organismo.

Questo vale a dire che la cultura stabilisce che cosa è e che cosa non è un bambino e si comporta di conseguenza, attribuendogli caratteristiche desiderabili che lo cristallizzino nella sua identità di infante.

L’infante è appunto un mistero perché rappresenta da un lato l’oblio del non-infante (o adulto, ma preferisco non usare questa parola) e dall’altro lato rappresenta quella figura perturbante densa di energia che destabilizza chi ha deciso di non muovere le proprie energie verso l’ignoto.

Il bambino è un mistero, un perturbante mistero. E per questa ragione la cultura si premura di atribuire dei tratti che portino a dire: “Sì, questo è un bambino per come lo intendiamo noi”.

 

Devereux, molto acuto nelle sue osservazioni, nel 1965 scriveva:

 

“Un bambino è tutto quanto non è un adulto che si rispetti (…). Considero infantile il comportamento spontaneo, autentico e positivo dell’organismo umano immaturo e puerile il comportamento che l’adulto inculca al bambino in nome degli stereotipi negativi elaborati dalla cultura”.

 

E poi ancora

 

1)      Il bambino infantile è uno specimen completo del giovane organismo nel quadro delle norme psicobiologiche, ma uno specimen incompleto dell’adulto nel quadro delle norme socio-culturali.

2)      Il bambino puerile è uno specimen incompleto e deformato del giovane organismo nel quadro delle norme psicobiologiche, ma uno specimen completo del bambino nel quadro delle norme socio-culturali.

 

Quindi cosa ci dice, in breve, Devereux? Egli è convinto, secondo me a ragione, che l’aspetto perturbante del bambino venga contenuto e modificato dagli atteggiamenti culturali che precludono la strada a un vero e proprio comportamento infantile, inteso appunto come principio di un sistema incompleto dal punto di socio-culturale ma completo dal punto di vista naturale.

Il tutto a favore di un bambino che sia invece, Devereux dice incompleto ma io oserei dire mutilato dal punto di vista della norma psicobiologica, e completo, quindi rassicurante e accettabile, presentabile, dal punto di vista socio-culturale.

In pratica, quello che si dice qui, è che il mistero rappresentato da un bambino fa parte del rimosso di un adulto e quest’ultimo fa sì che tutti gli aspetti perturbanti che suscita la naturale spinta propulsiva alla scoperta e alla novità vengano smorzati, ridotti e deformati dalle componenti adulte della cultura.

Pensiero molto potente, a mio giudizio, poiché anche se qui non si prospettano delle vere e proprie soluzioni al problema, almeno viene posta la questione della parte di inconscio rimosso che viene rappresentata da un infante.

Pensate come si complicano le cose quando questo infante è un po’ più grande, ed entra nella fase cosiddetta adolescenziale che preoccupa molte persone, la maggior parte gente facilmente impressionabile.

Lì, durante uno sviluppo velocissimo e un inizio di marcata individuazione, tramite prove ed errori, nell’adulto si anima la paura che qualcosa possa esplodere da un momento all’altro. È per questo che troppo spesso si sente parlare a sproposito di tutela dei minori. Tutelarli da cosa? Siamo sicuri di essercelo mai chiesti per davvero?

Forse ci si dimentica che ogni persona, anche la più mediocre, ha sperimentato una spinta sovversiva verso chi l’ha generato e cresciuto, e almeno per una volta gli è balenato nel cervello di far scomparire, anche violentemente, chi gli ha dato la vita al solo scopo di sopravvivere.

Siamo ben distanti, ovviamente, dal complesso di Edipo. Io direi che invece questo è un complesso molto più distruttivo, perché volto alla novità più completa. Un complesso di distruzione delle radici che nella maggior parte dei casi si esaurisce con l’opposto, una stabilizzazione e un’identificazione socialmente accettata con le proprie radici.

Certo, a volte credo che ci vorrebbe una spinta maggiore alla destrutturazione, prima di tutto del terreno che si è calpestato fino a un certo momento. Ma mi rendo conto che è un’opinione molto personale e piuttosto perturbante che ha un retaggio un po’ datato. Anche se credo che si debba riprendere un po’ di vecchie, sane idee, prima tra tutte quella che esprime l’idea “Vogliamo il mondo e lo vogliamo subito”.

E magari tornare a dare finalmente la colpa alla società. Prima o poi stufano i pensieri che, mascherati da moderati ed evoluti, nascondono solo una soluzione molto annacquata e priva di senso.

Dimenticavo: quando si parla di tutela dei minori, si fa sempre riferimento, tranne che in casi estremi in cui c’è un evidente pericolo alla sopravvivenza di una persona, dicevo si fa sempre riferimento alla tutela delle proprie parti rimosse che sono morte sul più bello.

Provate a guardare quelle persone che si preoccupano della sessualità dei propri figli adolescenti: in quel caso la paura è spesso un sentimento di sconfitta proiettato sui figli, un sentimento che riflette la propria parte sovversiva che un giorno, molto tempo addietro, è precipitata nel terreno del rimosso. Quindi, quando vedete qualcuno che dice di voler tutelare qualcuno, chiedetevi prima che cosa di sé vuole tutelare.

La risposta la troverete quasi sempre nel “perturbante”.

 

E la scelta di costruire un’identità in futuro, tramite relazioni che tutelino quelle forze portatrici di novità e allo stesso tempo sovversive, è l’atto definitivo che porta a quella cosa spesso misera e dalle mezze tinte slavate che chiamiamo età adulta. 

Postato da: enterprise a novembre 04, 2009 11:10 | link | commenti
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lunedì, 05 ottobre 2009

Qualche settimana fa sull’inserto domenicale del sole 24 ore, Maurice Olender usciva con un articolo che anticipava il suo intervento al festival della filosofia di quest’anno. L’idea di base del suo breve articolo si riferiva alla nuova impostazione della moderna antropologia.

Quella più datata somigliava a una sorta di integralismo identitario, simile a quello che si può vedere oggi, ma anche ieri e l’altro ieri, nella politica.

Si aveva la tendenza cioè, con l’antropologia precedente, di dare un’impostazione essenzialista, quindi centrata sul trovare identità ben definite in una precisa cultura che fossero stabili e immutabili. Quello che veniva ignorato, in altre parole, era il cambiamento intrinseco di ogni società. La sua dimensione storica.

Detto così sembra un po’ che la vecchia antropologia lavorasse per fissare degli stereotipi. E in effetti era così, dopo tutto.

 

Col tempo si è però andato avanti col pensiero e qualcuno sembra essersi reso conto che non si sarebbe fatto un grande affare a concentrarsi troppo sul voler individuare tratti stabili di una cultura ma sarebbe stato più produttivo guardare alle relazioni che tra individuo e individuo cambiano nel corso del tempo. ci si è spostati dunque da una dimensione statica e centrata sull’identità a una più dinamica e storicamente determinata.

Non illudiamoci ovviamente che la necessità di trovare stereotipi, tratti che definiscono una cultura, siano sempre e solo eterodiretti. Una cultura sceglie anche i proprii tratti, i propri stereotipi, gli attributi interni che servono a distinguersi dagli altri.

Senza pensare all’antropologia come la scienza dei selvaggi, possiamo ben vedere come, ad esempio, nell’Italia del ventennio fascista, i fasti di Roma venivano messi in risalto al punto da far sembrare che la storia d’Italia arrivasse direttamente da lì senza essere passata per tutti quei secolo che ci sono stati in mezzo. I regimi, avendo la costante inclinazione a cristallizzare i rapporti umani e sociali, hanno anche la necessità di cristallizzare la storia.

 

Pensate a come tendiamo noi ad avere una impostazione ancora legata a un’antropologia datata. L’idea della nostra cultura, qualunque contenuto essa abbia, ha sempre tratti che rimandano alla dimensione razionale, storica, pragmatica, civile e aperta. Nessuna cultura definisce se stessa chiusa, incivile, irrazionale, superstiziosa: tutti tratti che invece vengono atribuiti a un altro generico.

L’antropologia anti-essenzialista ha fatto sì che lo studio culturale si slegasse dall’attribuire all’altro tratti magici, focalizzati su strani rituali connessi a una mitologia immutabile.

Quando sentiamo dire che la cultura africana, ad esempio, non muta, sentiamo dire una scemenza, poiché anche lì arriva l’effetto plasmante della storia. Il grado di cambiamento può essere diverso, certo, ma questo non toglie che non esista quello che si chiama “tempo etnico”. Tutti hanno questo tempo.

 

Perché esiste questa tendenza a destoricizzare l’altro e non se stessi?

È probabile da un lato che sia un modo per mettere ordine: è più facile darsi spiegazioni semplici o poco complesse piuttosto che ragionare in maniera articolata. E questa è una visione psicologica piuttosto classica, ma pur sempre piuttosto valida, che spiega perché nascono e si mantengono nel tempo gli stereotipi.

 

C’è anche un’altra ragione, un po’ più sottile: ogni società, qualsiasi, è contraddittoria al suo interno. Non esistono società coerenti, la retorica di Stato è un tentativo di rendere compatto ciò che non lo è. In più, si tende a proiettare all’esterno, su altre culture, il desiderio di ordine che manca al proprio interno.

Quindi è più rassicurante avere un nemico che sia nemico, purchè distante, piuttosto che scoprire di essere nemici di noi stessi poiché eterogenei, contraddittori e meticci.

Preferiamo dunque non vedere la conflittualità nelle altre culture perché preferiamo tenere distante il pensiero ansiogeno che una cultura, la propria per prima, possa essere conflittuale al proprio interno.

L’antropologia odierna è un’antropologia della contemporaneita, riflette cioè sulla dimensione storica dell’etnicità e considera il proprio interlocutore un contemporaneo.

 

Pensate di nuovo all’Italia. Vedo su facebook moltiplicarsi gruppi che invocano l’italianità: facebook, come si sa, è solo specchio della società di oggi, non è una cosa nuova di per sé, solo una cartina da tornasole della cultura attuale, o almeno una buona parte di essa. Eppure proprio in Italia tutti i tentativi di farla apparire nazione sono falliti, proprio perché nella sua storia ha subito più o meno una ventina di dominazioni e non è pensabile parlare di vere origini italiane. Quindi, sappiamo che quando qualcuno invoca le radici, ad esempio, cristiane dell’Europa, dice una bestialità grossa come una casa, perché le radici sono talmente complesse, soprattutto in Europa, che ridurle a una sola dimensione è una stortura bella e buona.

 

In ogni parte del mondo la globalizzazione poi viene declinata secondo le culture locali. Attenzione quindi a scagliarsi contro la globalizzazione perché anch’essa è una cultura che vuole apparire identica a se stessa quando in realtà è molto più sfaccettata di quanto non sia.

 

È interessante notare come il senso collettivo sia sempre un po’ più indietro della scienza, poiché quello che l’antropologia moderna ci dice va in netto contrasto con il senso comune.

Stiamo assistendo, in questi anni come non succedeva dai tempi prima della Seconda Guerra Mondiale, a una necessità di definirsi, di tracciare confini e identità, senza rendersi conto che l’identità è un artefatto culturale che serve ad evitare accuratamente il caos della contradditorietà dell’esistenza.

E ci credo, perché a guardare la faccia poco sveglia di Calderoli mi sembra che abbia tutti gli interessi per voler semplificare il suo povero mondo. 

Postato da: enterprise a ottobre 05, 2009 20:01 | link | commenti
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domenica, 04 ottobre 2009

le stanze rimaste appositamente vergini per anni prima o poi devono essere aperte. la puzza di muffa dei mai-nati non è una cosa troppo piacevole.

Postato da: enterprise a ottobre 04, 2009 02:09 | link | commenti
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giovedì, 01 ottobre 2009

facebook è come il camposanto: prima o poi ci finiscono tutti.

Postato da: enterprise a ottobre 01, 2009 01:01 | link | commenti
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lunedì, 28 settembre 2009

Finalmente possiamo informarci in maniera adeguata, meno male.

Da questa settimana in edicola è possibile trovare un quotidiano che non si dà a un giornalismo di interpretazione e basta ma si attiene ai fatti. Bene, anche perché quando parli solo di interpretazioni è un po’ difficile capire che cosa stai interpretando.

Ed è così che è nato Il Fatto, che sembra sia una risposta a una strada un po’ troppo creativa che ha preso il giornalismo di questi anni.

Una bella risposta è stata data dal pubblico che mercoledì scorso, in pochissime ore, ha esaurito il primo numero. Al momento le cose mi sembrano andare benissimo.

 

Il Fatto è nato in risposta alla mancata libertà di stampa che sta crescendo in Italia.

 

Il problema della libertà di stampa, però, andrebbe preso con le dovute distanze, perché rischia di essere l’ennesimo pretesto per annebbiare ulteriormente la vista di una già miope massa.

Vi spiego il punto. È verò, da queste parti, in Italia, la libertà di stampa non se la passa troppo bene: i seguaci leccaculo di Emilio Fede si sono moltiplicati, il governo mette becco nelle trasmissioni televisive d’informazione eterodossa e il giornalista medio, anche se non compare direttamente nel libro paga di Berlusconi diventa accondiscendente e accomoda l’andazzo generale. Ma se più persone si attivano, molte delle quali di spontanea volontà, per censurare le notizie, mi sembra che il concetto di limitazione della libertà da parte di un tiranno brutto e cattivo sia un po’ da rivedere. O sbaglio?

 

Non voglio rubare il lavoro ai dottori in scienze della comunicazione, per carità, ma mi sembra che qui stiamo sopravvalutando il potere della carta stampata e dei telegiornali a dispetto di altre forme di comunicazione. E in effetti già qualcuno sembra essersene accorto e tenta, ma sarà un tentativo vano, di mettere la mordacchia a internet.

Ed è proprio questo il punto, che rende le cose più complicate di quanto non possano sembrare.

Crediamo davvero che basta informare adeguatamente per avere una società più civile? Credete che se non ci fossero censure le cose cambierebbero davvero in maniera significativa?

Attenzione a parlare di libertà, non solo di stampa, perché qui ci inoltriamo in un campo minato. Mi sembra che con questa ondata di entusiasmo per un giornale “libero da padroni”, come Il Fatto, non sia giustificata.

Non è giustificata perché il tutto va sempre in una sola direzione, quella dell’infantilismo di massa. Perché fa comodo avere un nemico, un grande Satana come Berlusconi, da sputtanare e sentirsi liberi dopo averlo fatto.

È una liberazione orgasmica, va bene, ma questo non è un rapporto sessuale. Non è nemmeno qualcosa di tanto divertente, a dire il vero, perché quando canalizzi tutte le ansie verso pochi uomini farabutti rischi di ingaggiare un’epica lotta dei buoni contro i cattivi. E chi ti dice che i buoni sono meglio dei cattivi? È davvero rassicurante avere un uomo di destra come DiPietro o Travaglio che ti parlano di legalità?

 

Fino all’ultimo ho sperato che il Fatto non fosse un giornale troppo fazioso. Ma è un mio difetto quello di aspettarmi una risposta intellettuale a una richiesta di comunicazione enfatica. Mi aspetto sempre che qualcuno sorprenda e sopprima le ingenue aspettative del popolo.

Il Fatto Quotidiano, ammettendo comunque che è un giornalismo di qualità rispetto a quello schifo a cui siamo abituati, è però un giornale reazionario, in quanto avendo come suo baluardo la costituzione italiana e il rispetto per la legalità non può fare altro che preparare il terreno a dei pedanti cultori del rispetto delle istituzioni.

E poi perché dichiarare, come fa Padellaro nell’editoriale del primo numero, che il suo sarà un giornale d’opposizione? Se sei davvero un giornalista indipendente non sbandieri fin da subito che, cito la prima pagina del primo numero: “Il Fatto sarà un giornale di opposizione. A Berlusconi, certo, perché ha ridotto una grande democrazia a un sultanato degradante. Ma non faremo sconti ai dirigenti del PD e della multiforme sinistra che in tutti questi anni non sono riusciti a costruire uno straccio di alternativa”.

Prima o poi Berlusconi morirà, spero lo sappiano queste persone. Soprattutto spero lo sappiano i lettori, che sono bambini che senza di un nemico con tutte le caratteristiche del nemico non riescono a vivere. E quando trovano l’eroe che con pari enfasi del nemico brutto e cattivo combatte in maniera plateale, spettacolare, la massa, cioè gli spettatori, non vedono l’ora di seguire questa battaglia emozionante. Ma sempre seduti. Sempre a sgranocchiare qualche schifezza e mai a prendersi uno straccio di responsabilità.

 

Tutti qua in Italia stanno paragonando questo periodo del cazzo al fascismo, senza rendersi conto che quello che sarà più simile a quel periodo deve ancora arrivare. Mi riferisco al post-Berlusconi. Quando arriverà quel momento chiunque farà in modo di farsi passare anti-berlusconiano della prima ora, rinnegando e infamando i vecchi compagni di scorribande. I paraculi continueranno a fare il proprio mestiere di paraculo e ci dimenticheremo tutto. Come sempre. Con serenità. Tutto questo è successo quando la Repubblica era ormai costituita e tutti sapevano qual’era la strada giusta da prendere. E la strada giusta era sempre e solo una, come in una dittatura.

 

Il Fatto vuole essere un giornale d’avanguardia? Bene, che dia le notizie di domani, anzi, di dopodomani. Che dica a tutti che per prima cosa non è vero che non esiste la libertà di stampa. Tutti hanno la possibilità di comunicare a volontà e possono mandare a puttane questo sistema anche domani. Lo possono fare anche utilizzando facebook, volendo. Ma non lo fanno perché sono degli spettatori e vogliono la sensazione, la comunicazione emotiva, la lotta del bene contro il male, cattivi giornalisti somari da deridere per mezzo dell’identificazione con i giornalisti buoni, preparati, pacati ma con la forza di dire la verità. Personaggi come Beppe Grillo che sono l’altra faccia del qualunquismo. Sarà pure quello meno antipatico, ma sempre qualunquismo rimane.

 

Il problema è che alla gente non frega nulla delle idee. La gente, per definizione non ha volto, è come un pubblico al cinema.

È il pubblico al cinema. E il pubblico, quello dei grandi numeri, non va di certo a guardarsi un film senza scazzottate, esplosioni, azione e sentimento.

Il pubblico vuole essere nutrito. Ma non di contenuti, solo di sensazioni. Come al luna park. Al luna park non vai di certo a mangiarti un piatto di lasagne o del formaggio pregiato, ma schifezze che hanno però un bellissimo involucro e un sapore fortemente connotato. E in più l’adrenalina delle giostre e il clima fiabesco appagano la fame di sensazione.

 

Il pubblico è sempre reazionario.

 

 

 

 

 

Postato da: enterprise a settembre 28, 2009 00:56 | link | commenti
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lunedì, 21 settembre 2009

qualche settimana fa ho accennato molto brevemente a guy debord e alla sua società dello spettacolo. lo riprendo qua adesso, ispirato dagli avvenimenti che sono accaduti in questi giorni riguardo quei sei militari uccisi in afghanistan. ma non parleremo nè di guerra nè si andrà su questioni irrilevanti del tipo "erano lì in missione di pace" oppure "stavano servendo i potenti della terra". niente di tutto questo.

debord dicevamo. passato alle cronache per aver scritto "la società dello spettacolo" nel 1967, in pieno periodo di contestazione ha prodotto un libro che si proiettava molto più in là degli anni che stava vivendo, e sembrava che gli sforzi di protesta sarebbero risultati vani a fronte della forza di quello che lui definiva "spettacolo". qui "spettacolo" non è da intendersi in senso stretto, come una serie di immagini offerte al pubblico, ma, dice debord, "come un rapporto sociale mediato dalle immagini". non lo sintetizzerò qui perchè è piuttosto complesso ma prenderò invece spunti da alcuni stralci dei "commentari", uno scritto apparso venti anni dopo circa, nel quale debord rivedeva e commentava ciò che si può dire avesse predetto. fortunatamente però non stiamo parlando di un mistico visionario ma di un intellettuale.

uno dei nuclei centrali del suo lavoro è quella cosa diventata indiscutibile già da moltissimo tempo chiamata democrazia. dico indiscutibile perchè per questo tipo di assetto sociale non esiste, che io sappia, una critica seria a ciò che viene definito democratico, ma abbondano, soprattutto in questi anni, anatemi contro tutto ciò che secondo molti non è democrazia.
e questo è facilitato dal fatto che il nostro sistema democratico, talmente perfetto da diventare merce, ha preso la via dell'esportazione e viaggia per il mondo al pari di un computer, di un capo d'abbigliamento o di un medicinale. proprio come un prodotto qualsiasi. l’unica differenza è che dei prodotti materiali ogni tanto si mette in discussione la loro validità e se non vanno bene vengono tolti dal commercio.
debord ne "i commentari" ci ha parlato della società democratica. una società in cui la propaganda di stato non celebra nessuna gloria nazionale tipica di dittature vecchio stampo ma invece esalta senza discussione alcuna il definitivo punto di arrivo, una condizione considerata universalmente superiore a tutte le altre. La democrazia appunto.
è un vizio, dunque, della società di oggi celebrare l'eternità acquisita della democrazia e dà a tutti l'impressione di lavorare esclusivamente per un futuro fatto di gestione del presente.

occuparsi del presente significa dunque sganciarsi da ogni progetto di mondo alternativo ritenendo di vivere in una realtà che deve la sua esistenza al fatto che qualunque altra soluzione sia peggiore di questa. mettere in dubbio la bontà del sistema democratico in effetti espone ad attacchi del tipo: "e allora? vogliamo tornare alla dittatura come nel fascismo?". questo è un modo di controbattere piuttosto paralizzante se non si è sufficientemente accorti.
gestire il presente significa quindi abolire ogni critica alla società in quanto, essendo giunti a questo punto d'arrivo tramite guerre sanguinose e grossi sacrifici, non c'è più bisogno di una ricerca di un mondo altro: si ha ora invece per le mani un macchinario definitivo che ha solamente bisogno di un po' di manutenzione ogni tanto. poi basta: garantito a vita. eterna.

il possibile alternativo è stato trasformato non in impossibile, e neanche è stato messo in ridicolo additato come utopia ingenua, ma è stato fatto passare per inutile. quando una cosa è inutile è neutralizzata, cioè resa neutra. superflua, quindi.
visto che il concetto di bene e male sembrano qualcosa di antiquato per un discorso propagandistico, si preferisce dunque mostrare l'inutilità di una cosa piuttosto che farla apparire minacciosa. e questo, secondo me, è un elemento da non sottovalutare quando tentiamo di parlare "dei giorni d'oggi" senza scadere nella banalizzazione.

essere democratici vuol dire, nel mondo di oggi, sapere individuare i nemici della democrazia. in quanto elevato allo status di migliore dei sistemi possibili, e notate come questo sia paurosamente simile a una logica totalitaristica, la minaccia è colui o coloro che terrorizzano l'abitante di questo mondo nuovo democratico.
e il terrorismo è un'arma perfetta, poichè fa paura ma non è un nemico che vedi in volto. non è un avversario che ti vuole conquistare con un assalto frontale ma è il corrispettivo dell'uomo nero di cui hai paura quando ti metti a letto la sera e spegni la luce.

quando vige la regola del presente perpetuo anche la nozione di verità si ridimensiona. parlando in termini di spettacolo, ciò che è vero è solo quello che sta sotto i riflettori. il resto non ha significato. anzi, ha significato di minaccia alla società che si è autoproclamata democratica.

io credo che non ci si debba sentire a disagio nel definire la democrazia, proprio per come si presenta oggi, come una particolare forma di totalitarismo poiché, da come ho accennato prima, essa non solo non permette una critica a se stessa ma convince con tutti i mezzi le persone che quella è l’unica soluzione accettabile di governo, la migliore, e ricerca i nemici al di fuori di sé per giustificare la propria esistenza. In più essa si ritiene talmente superiore che pretende di conquistare coloro che non sono democratici tramite operazioni che non sono differenti da guerre intraprese per allargare un impero.

io credo che un po’ di sano sospetto debba essere messo, soprattutto oggi, in cui l’ubriacatura da banalizzazione è sempre più dura da far passare. queste considerazioni che hanno utilizzato un po’ di debord credo che siano il segno che una ricerca di dimensioni altre non debba mai arrestarsi, e soprattutto non si deve mai perdere la tendenza a destrutturare quelle verità che ci passano in maniera fulminea sotto gli occhi ogni giorno.

 

Postato da: enterprise a settembre 21, 2009 01:25 | link | commenti
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venerdì, 18 settembre 2009

se sei morti sono strage allora rischiamo di non avere parole per un numero di morti sopra le dieci unità.

Postato da: enterprise a settembre 18, 2009 01:04 | link | commenti
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giovedì, 17 settembre 2009

un velo irrequieto offusca la realtà e
 appanna prospettive. 

non vedere contorni,
fidarsi solo dei frastuoni e di qualche fruscìo.

nuovi orizzonti dell'inquietudine.

Postato da: enterprise a settembre 17, 2009 01:54 | link | commenti
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mercoledì, 16 settembre 2009

"ci sono cose che hanno da incastrarsi, e quando saranno lì dove vogliono, allora potranno combaciarsi"

ripeteva quelle parole, sentendo i destini bruciare in direzioni contrarie. e subito spegnersi in un lampo di ostinazione.

e ora, dopo un momento di arido lirismo, via al qualunquismo con un italico inno alla vita.

Fatece largo che passamo noi
li giovanotti de' 'sta Roma bella
semo regazzi fatti cor pennello
e le regazze famo 'nnamorà...
e le regazze famo 'nnamorà.

Ma che ce frega, ma che ce 'mporta
si l'oste ar vino cià messo l'acqua:
e noi je dimo, e noi je famo:
"ciài messo l'acqua
e nun te pagamo"
ma però noi semo quelli
che j'arisponneno 'n coro:
"Evviva er vino de li Castelli
e de' sta zozza società".

Ce piaceno li polli
l'abbacchi e le galline
perché so' senza (nun ciànno) spine nun so' come 'r baccalà.
La società de li magnaccioni,
la società de la gioventù,
a noi ce piace
da magnà e beve
e nun ce piace da lavorà.

E si pe' caso la sòcera more
se famo du' spaghetti amatriciani,
appresso 'n par de doppi frascatani
s'imbriacamo e 'n ce pensamo più
s'imbriacamo e 'n ce pensamo più

Che ciarifrega, che ciarimporta
si l'oste ar vino cià messo l'acqua:
e noi je dimo, e noi je famo:
"ciài messo l'acqua
e nun te pagamo"
ma però noi semo quelli
che j'arisponneno 'n coro:
"Evviva er vino de li Castelli
e de' sta zozza società".

Le nostre donne poi nun beveno mai vino
ma stanno ar tavolino,
te fanno svergognà;
se scoleno li litri, li fiaschi e li boccioni
e da 'sti paciocconi
se li fanno pagà.
La società de li magnaccioni,
la società de la gioventù,
a noi ce piace
da magnà e beve
e nun ce piace da lavorà.

E si pe' caso viè 'r padron de casa
de botto lui te chiede la piggione,
ma noi j'arisponnemo: "A' Sor fregnone,
t'àmo pagato e 'nte pagamo più
t'àmo pagato e 'nte pagamo più"

Che ciarifrega, che ciarimporta
si l'oste ar vino cià messo l'acqua:
e noi je dimo, e noi je famo:
"ciài messo l'acqua
e nun te pagamo"
ma però noi semo quelli
che j'arisponneno 'n coro:
"Evviva er vino de li Castelli
e de' sta zozza società".

Ce piaceno li polli
l'abbacchi e le galline
perché so' senza (nun ciànno) spine nun so' come 'r baccalà.
La società de li magnaccioni,
la società de la gioventù,
a noi ce piace
da magnà e beve
e nun ce piace da lavorà.

"Portece n'antro litro,
che noi se lo bevemo"
e poi j'arisponnemo
"Embé, embé, che c'è?"
E quanno er vino, embé,
ciàriva ar gozzo embé,
ar gargarozzo embé,
ce fa 'n ficozzo embé,
pe' falla corta
pe' falla breve:
noi dimo all'oste: "portece da beve!"

Postato da: enterprise a settembre 16, 2009 00:33 | link | commenti
parole di altri, parole buttate lì

martedì, 15 settembre 2009

quando scoprii i bauhaus lo feci in un periodo in cui era facile sentirsi fuori da ogni tempo ragionevole per una scoperta del genere.
era passato già diverso tempo dal loro scioglimento, nel 1983. ma non era ancora venuto il momento di rispolverarli dalla batcave nella quale si erano ritirati assieme a un era che negli anni novanta sembrava lontanissima.
era il 1996 e su un nastro duplicato c'era "in the flat field". ora, dato che l'ondata post punk sta ricalcando le scene già da diverso tempo (quindi se scoprite i bauhaus adesso o lo avete fatto negli ultimi anni siete a posto) è difficile pensare a un certo stupore che mi prese ascoltando quell'album.
mi risultava abbagliante e incomprensibile l'immagine di quattro signori chiusi in una sala prove che concepivano pezzi come "double dare" o "nerves".
"che cosa è successo?", mi chiedevo. "che cosa succedeva là dentro, per poter far vibrare l'aria in quel modo?".
il tutto sembrava uscito di getto, come in una trance, una incontrollata energia che si sfrega contro muri ruvidi, un suono irregolare e convulso.
c'era la notte dentro. la notte e un misterioso movimento che continuava a riprodursi nella mente anche quando la cassetta terminava la sua corsa, anche dopo aver schiacciato il tasto "eject" e aver riposto il nastro nel silenzio della stanza. 
scoprire qualcosa quando non è più tempo nè ancora nuovamente tempo. è il mistero del terzo significato.

Postato da: enterprise a settembre 15, 2009 01:04 | link | commenti
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